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- mar 07 set 2010
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Il ritorno degli Iron Maiden
L’ultimo lavoro di quella che è una band che per milioni di persone rappresenta da anni il sinonimo di Heavy Metal nel mondo
Mi è stato richiesto di tenere una rubrica su questo bel portale, MusicFever.it, riguardo ad uno splendido genere musicale; il Metal.
E’ un compito tanto onorevole quanto arduo in quanto, soprattutto oggi giorno, appare ormai impossibile avere un’idea univoca di questa musica che va sempre più scomponendosi in innumerevoli sottocategorie. Quasi altrettanto impossibile risulta lo scrivere qualcosa di interessante al riguardo non potendosi concentrare in un ambito più specifico.
Nell’imbarazzo, esordisco perciò in questo mio compito concedendomi una leggera parzialità, andando a parlare dell’ultimo lavoro di quella che è una band che io personalmente amo e preferisco su ogni altra e che per milioni di persone rappresenta da anni il sinonimo di Heavy Metal nel mondo.
Mi riferisco naturalmente alla “Vergine di Ferro”, sull’onda del successo planetario ormai dal lontano 1980, anno in cui il primo Studio Work omonimo “Iron Maiden” stupì e appassionò gli ascoltatori di tutto il pianeta.
Oggi “i nostri” tornato a distanza di 23 anni da quell’esordio con un album dai mille risvolti estremamente discusso, padre di adoratori e denigratori che si stanno dando lotta in queste settimane a colpi di messaggi su migliaia di forum, portali e ogni canale grazie al quale sia possibile dire la propria.
C’è una spiazzante eterogeneità anche nei commenti e nelle recensioni per così dire ufficiali, quelli cioè di riviste e portali di mezzo mondo che abbandonano mediocri mezze misure per concedersi principalmente in chiare e palesi prese di posizione pro e contro “Dance of Death”, questo il titolo del tredicesimo studio work del gruppo inglese.
Ma infondo, stiamo parlando degli Iron Maiden, una band che non può passare indiscussa e inosservata come molte altre in questi periodi. Nel bene o nel male.
In questo caso, nello spazio che MusicFever.it mi mette a disposizione, leggerete un commento assolutamente favorevole verso questo interessante “Dance of Death” che si presenta ai miei occhi come un prodotto maturo ma non per questo privo di quello stampo che caratterizzava i giovani Maiden di molti anni or sono.
Ci introduce all’album una copertina interessante ma quantomeno discutibile che certo perde punti se inevitabilmente paragonata a precedenti capolavori di Derek Riggs (Fear of the Dark, Powerslave, ecc.). Inserito il cd, apre “le danze” una spumeggiante ‘Wildest Dreams’, pezzo che rappresenta sicuramente una buona scommessa live, ma che è poca cosa se paragonato ad aperture di altri album come ‘Invaders’ (dallo storico The Number of the Beast), ‘Moonchild’ (Seventh Son of a Seventh Son), o l’epica ‘Aces High’ (Powerslave), ma che non spossa quella che è l’essenza di un album che di lì ai pezzi successivi ha molto altro da dire.
La successiva ‘Rainmaker’ è un classico esempio di quella che potremmo definire “eleganza maideniana” con melodie e fraseggi composti, eseguiti e (nondimeno) registrati con una sapienza che ha davvero dello straordinario.
La track list si porta lentamente verso quelli che sono i pezzi forti del titolo. Si arriva quindi a “No More Lies” potente e maestosa come solo gli Iron Maiden sanno fare. C’è chi l’accusa di monotonia e ridondanza (soprattutto nei ritornelli). A mio parere è forse questo il bello di questo pezzo che non stanca comunque per una serie di ponti e passaggi davvero intriganti conditi sulla base di un ritmo portante quantomeno trascinante.
Con ‘Montsegur’, quarta traccia, arriva probabilmente il pezzo più rabbioso dell’album tenuto in piedi da ritmi violenti e pressanti resi da una superba produzione; pesante e tagliente al contempo. Il tema, tutt’altro che superficiale (ma infondo, parliamo della band che trasformò in 13 minuti di ottima musica il leggendario “The Rime of the Ancient Mariner” di Samuel Taylor Coleridge) è basato sull’attacco che la roccaforte Montsegur subì nel 1244 da parte dell’esercito di Luigi IX, dove per una serie di eventi persero la vita sul rogo più di 200 persone. La voce di Dickinson, sempre impeccabile narratore, ci appare uno specchio fedele della violenza e della solennità di questo evento raccontato con la migliore delle colonne sonore.
Quinta traccia, la Title Track “Dance of Death”, merita un discorso a sé.
L’eleganza maideniana cui prima facevo riferimento, trova in questo brano il massimo splendore nel contesto di quest’album. ‘Dance of Death’ è un pezzo emblematico e inquietante reso con una straordinaria dovizia di particolari sonori degni di una delle migliori orchestre sinfoniche che si riducono in questo caso alle tre chitarre del ritrovato (già da Brave New World) Smith e compagni, perfettamente amalgamate e condite da una buona dose di arrangiamenti e vere orchestrazioni come minimo indicate.
La struttura, animatamente simmetrica ci introduce sottilmente e in maniera crescente in un turbine di sensazioni uditive che quasi ci appaiono tattili, spingendoci da quello che è un poderoso mid-time al corpo del brano vero tripudio di sonorità al limite del concepibile (nell’accezione migliore naturalmente), tempestato da soli e fraseggi dal classico stampo degli ormai noti guitar players maideniani. Breve ma non meno degna di nota la finezza che divide i due “lembi” appena citati, un ponte dove una sola chitarra ci tiene il fiato sospeso per 5 secondi lordi, che da solo basterebbe ad un plauso onesto e doveroso verso questa band che ancora sa colpire e stupire.
‘Gates Of Tomorrow’ scade inevitabilmente al confronto della precedente traccia, ma serba in sé ricchezze che ad un primo ascolto possono risultare quantomeno superficiali, così come la successiva settima traccia ‘New Frontier’, poco più che anonima ad un primo approccio ma decisamente intrigante una volta riscoperta.
‘Paschendale’, altro cenno storico stavolta ad uno degli scontri più violenti avvenuti durante la prima guerra mondiale, è uno dei pezzi più cupi e camaleontici dell’album. Dopo un inizio davvero degno di nota che risulta quasi commuovente se associato alle immagini raccontate, la madre tonale del pezzo muta scandita da un groove aggressivo e incalzante dove spiccano riffs non sempre degni l’uno dell’altro.
‘Face In The Sand’ è un pezzo bello e trascinante. Aggettivi tanto scontati quanto appropriati. Non male le parti d’accompagnamento delle tastiere ma sicuramente più incisive le sonorità prive di particolari orpelli, pure di una potenza che affonda le radici in un suono del basso che, come al solito esaltante, mette in risalto in questo album uno Steve Harris banalmente ispiratissimo.
La decima traccia ‘Age Of Innocence’ tiene alto il livello produttivo/compositivo di ‘Dance of Death’, presentandosi come un pezzo ricercato e accattivante con un ritornello che forse non rende merito al resto della struttura. Da considerare è il bridge che forse più d’ogn’altra finezza compositiva dell’album ci appare come una perla davvero rilucente, che intorno a tre quarti di traccia ci assale letteralmente spezzando una parte spintasi ai limiti del non noioso. Un Bruce Dickinson oscuro e meraviglioso dal tono più cupo e violento riscontrabile in questo ‘Dance of Death’, danza cattivo e superbo su questo cambio che non conta sul display più di 15 secondi ma che vale da sé quantomeno un brano intero. Capolavoro.
L’epilogo rende merito al meglio di questo tredicesimo Maiden’ Studio Work.
La traccia numero undici, ‘Journeyman’ è una splendida ballata dalle atmosfere magiche e mai banali. I risvolti all’interno del pezzo sono tutti da seguire, cantare e assaporare. Un vero toccasana per le orecchie di ogni appassionato dei Maiden.
Che dire? Questo ‘Dance of Death’ appare come l’avvincente ultima uscita di una band ormai mitica che negli anni, al contrario di molti colleghi, non ha flesso il proprio ego, pur raggiungendo un pubblico sempre più vasto, verso leggi di marketing dannose e distruttive.
C’è un errore che a mio parere molti commettono criticando questo gruppo mediante il famoso rimprovero “Gli Iron Maiden suonano la stessa roba da una vita!” E’ una frase stupida e ridondante che non si addice al lavoro di questa band in particolare, capace di sfornare un ‘Dance of Death’ dopo 25 anni di carriera, che può non risultare sicuramente come il migliore album, ma che appare in grado di lasciare un segno importante nella storia di questo genere. Ci troviamo a parlare di 6 veterani della musica che, critiche o non critiche, firmano “sold-out” botteghino per botteghino (basti pensare alle possime due date del 27 e 28 ottobre a Milano e Firenze) e se lo meritano appieno.
Up the Iron’s e un 8,5 abbondante a ‘Dance of Death’
Fràncesco “Aghast Insane"
Aghast Insane su MusicFever
Titolo:
Dance Of Death
Autore:
Iron Maiden
Label:
EMI
Altre info:
11 tracce
68 min.
settembre 2003
Francesco Zavattari - Aghast Insane
info@agahastinsane.com
http://www.aghastinsane.com
Inserito il
23/10/2003
Articolo #
1012
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